Archiviato in: Uncategorized | Tag: alluvione del 1966, alluvione di firenze, lupi di toscana
Vorrei raccontare alcuni episodi vissuti nel contesto della mia permanenza ai “Lupi di Toscana” durante l’alluvione di Firenze, almeno cercherò di farlo nel migliore dei modi, conciso e chiaro.
Prima di iniziare, vorrei fare una premessa che ritengo doverosa verso i miei compagni di percorso: durante l’alluvione, noi militari siamo stati comandati a svolgere azioni di sgombero del fango, pulizie nelle cantine ed aiuti di vario genere tra cui, anche funzione di polizia urbana, ma posso testimoniare che tutti, e ribadisco tutti, si sono comportati con spirito di abnegazione verso la popolazione e la città di Firenze, come, e non di meno, dei volontari accorsi da tutto il mondo. Questo lo ribadisco con l’ orgoglio di essere stato, e di essere, un Lupo di Toscana, come i miei compagni.
Il primo episodio che vado a raccontare, risale ai primi giorni dall’alluvione. L’acqua era rientrata e si cominciava a pulire le strade dal fango, le abitazioni ed gli scantinati. Purtroppo alla sera, non essendo riattivata la corrente elettrica, in alcune zone, la città rimaneva al buio, quindi con la possibilità dello “sciacallaggio”. Con alcuni miei compagni ero stato destinato a svolgere questo compito: bloccare e prevenire, con controlli, questo crimine. Una sera venimmo avvicinati da una signora che teneva per mano una bimba di circa otto, dieci anni. Alla richiesta di dove fosse diretta, mi rispose con una domanda :“ dove posso trovare del cibo per mia figlia e per me ?” Rimasi basito a quella richiesta. Non ero preparato. Con i miei colleghi cercammo di farle capire che a quella ora era impossibile, ma che all’indomani poteva recarsi presso i centri di accoglienza. Sul volto della signora scese un’ombra di tristezza, ci disse che non era per lei che si preoccupava ma per la figlia. Non aveva nulla da darle da mangiare quella sera. Ci siamo guardati, e come ad un comando, non impartito a voce, ma dal cuore offrimmo la nostra razione di cibo che ci era stata consegnata in caserma. Ricordo che rimanemmo in silenzio per quasi tutto il periodo del servizio. Li, credo che abbiamo incominciato a capire la tragedia che la città e noi stavamo vivendo.
Il secondo episodio riguarda “la vita di caserma”.
Il fatto si svolge a pochi giorni dal primo. Vengo convocato da un capitano del comando, il quale mi chiede se da civile lavoravo nell’ambito automobilistico. Alla mia conferma mi invita a recarmi a casa sua per verificare la condizione della sua vettura alluvionata. Con due commilitoni mi recai presso la sua abitazione. La moglie mi consegnò le chiavi, scesi in cortile a verificai i danni subiti dall’auto,”una Fiat Bianchina”. Il motore era tutto ricoperto di fango. Gli interni erano nelle stesse condizioni del motore. A quel punto decido che la prima cosa da fare sarebbe stata la pulizia di tutta la macchina. Dopo avere deciso come procedere, chiesi ad un signore, che da un po’ di tempo ci stava osservando, dove avremmo potuto trovare dell’acqua. Vi lascio immaginare gli impropri che uscirono dalla bocca di quella persona. Con pazienza, dopo averlo portato alla calma chiesi il motivo di quella sfuriata. La motivazione era che l’acqua non doveva essere sprecata, perchè veniva fornita con delle cisterna e quindi razionata. Ovviamente, richiusi la vettura e riconsegnai le chiavi. Rientrai in caserma e spiegai il tutto all’ufficiale, il quale “molto comprensivo” mi congedò ringraziandomi ugualmente per quello che avevamo fatto.
Il terzo episodio riguarda la laboriosità e la simpatia di una signora di cui non ricordo il nome, ma credo fosse la proprietaria del bar che si trovava all’angolo tra via dei Calzaioli e via Porta Rossa e del suo aiutante un ragazzo molto giovane.
Dopo che il fango era stato rimosso dalle vie della città, occorreva ripristinare la circolazione stradale, poiché con l’alluvione era stata stravolta. La consegna quindi era “il ripristino di essa” e in particolare far rispettare il divieto di accesso a Piazza Della Signoria direttamente da via Calzatoli. Svolgevo il servizio in coppia con un commilitone di un altro reggimento di cui non ho ricordo. Dal primo giorno, a turno ci recavamo al bar a prenderci un caffé corretto per scaldarci dal freddo intenso, offerto gentilmente dalla signora, la quale serviva sia noi che gli altri avventori del momento, con un sorriso ed una battuta scherzosa che non mancava mai. L’aiutante a sua volta, si dava da fare per togliere il fango e l’acqua dallo scantinato. Una sera, durante il servizio che ho descritto, rinvenimmo una borsetta da donna al lato del marciapiede. Controllammo il contenuto e all’interno c’èra un portafoglio con una certa somma di denaro, documenti vari e un paio di orecchini d’oro bianco con brillanti. Decidemmo di lasciarlo in consegna alla signora del bar per tutto il periodo del servizio per poi consegnarlo all’ufficiale da cui dipendevamo. Dopo un’ora circa, si accosta una vettura e ne scende una ragazza“carina”. Chiede se avevamo rinvenuto una borsetta, descrivendola nei minimi particolari. Constatando la veridicità delle sue affermazioni, la corrispondenza con i documenti , e verificando che non mancasse nulla, la consegno alla proprietaria la quale senza proferire parole di ringraziamento, salì in macchina e si allontanò. Io e il collega ci siamo guardati in faccia facendoci una risata, ma contenti di avere fatto il nostro dovere. Alla fine del servizio, l’ufficiale responsabile, chiese se vi erano novità da segnalare. Raccontammo dell’accaduto sopra citato, raccomandando di non fare menzione nel suo rapporto. Dopo circa una settimana dall’accaduto, venivo convocato dal capitano comandante della mia compagnia. Ricordo che entrando nell’atrio di fronte alla bacheca dei servizi erano raggruppati dei commilitoni che vedendomi, si complimentarono per il mio gesto. La vicenda era menzionata nel rapporto del giorno della compagnia. Il capitano, entrando nel suo ufficio fece altrettanto, portandomi anche quelli del generale comandante della regione Tosco Emiliana con l’aggiunta di una somma in danaro. Rimasi colpito da un riconoscimento del genere, ritenendo di avere fatto solo il mio dovere come cittadino e come appartenente ai Lupi di Toscana.
Con umiltà, ma con la speranza di avere contribuito ad una piccolissima parte a dare lustro al ricordo di quei compagni di percorso che diedero e fecero molto di più, mando un saluto a tutti i Lupi di Toscana
dal caporale Emilio Cozzi.
Per sempre Lupi!!!
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